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giovedì 6 agosto 2026

Linee storte e spiriti affini: l'arte pura di Tim Burton, Helena Bonham Carter e la materia del disegno

L'oscurità eccentrica e l'apoteosi di Big Fish

Tim Burton per me è sempre stato una vera e propria calamita. C'è qualcosa nella sua attrazione per il lato oscuro, per l'eccentrico, il "weird" e per quell'umorismo nero mai banale che me lo ha fatto sentire subito affine. Non serve aver sezionato ogni singolo fotogramma della sua produzione per cogliere la matrice viscerale del suo cinema, ma posso dire di aver attraversato quasi interamente il suo universo visivo.

Mancano all'appello solo una manciata di titoli, che vi cito direttamente: Pee-wee's Big Adventure, Ed Wood, Mars Attacks!, Il mistero di Sleepy Hollow, Planet of the Apes, Dumbo, l'ultimo Beetlejuice Beetlejuice e il primo Beetlejuice (che ho provato a iniziare, ma mi ha annoiata quasi subito). E poi c'è Frankenweenie, che merita un discorso a parte. Me ne hanno parlato benissimo e mi piacerebbe davvero tanto vederlo, ma la perdita del mio cane nel 2014 ha lasciato una ferita tale che, ancora oggi, non ho mai trovato il coraggio emotivo di affrontarlo.

Tra i film vissuti, invece, ce ne sono diversi che mi sono rimasti dentro con sfumature differenti. Ho amato la potenza visiva di Batman e Batman - Il ritorno, la meraviglia visiva de La fabbrica di cioccolato, la follia musicale di Sweeney Todd e la poesia de La sposa cadavere. Un discorso simile vale per Nightmare Before Christmas: nell'immaginario collettivo viene spesso attribuito interamente a Burton, e anche se la regia effettiva è di Henry Selick, l'impronta concettuale e l'anima del film restano inconfondibilmente sue. Ho trovato più ordinari Alice in Wonderland e Dark Shadows, mentre ho apprezzato molto Big Eyes e la delicatezza di Miss Peregrine.
Ma se devo parlare di amore puro, al secondo posto della mia classifica personale c'è Edward mani di forbice, un film che amo alla follia per la sua grazia dolorosa e incompresa.
In cima a tutto, però, svetta il mio preferito in assoluto: Big Fish. All'apparenza potrebbe sembrare il titolo meno "burtoniano" della sua carriera, quello in cui le ombre gotiche lasciano il passo a una palette più luminosa e favolistica. In realtà, per me rappresenta la sua vera apoteosi artistica. È il punto più alto del suo cinema, dove la favola non serve a fuggire dalla realtà, ma a sublimarla prima che sia troppo tardi. È una celebrazione straordinaria del racconto e dell'immaginazione come unico strumento che abbiamo per rendere eterno ciò che amiamo. Un capolavoro assoluto.

L'eccentricità regale di Helena Bonham Carter

Se c'è una figura che nel cinema mi ha letteralmente stregata, è Helena Bonham Carter. Non serve aver visto ogni singolo titolo della sua sterminata filmografia per comprendere l'impatto devastante del suo talento. A me è bastato incrociare il suo sguardo in una manciata di ruoli chiave per rimanere folgorata da una recitazione che non si limita a scivolare sullo schermo, ma che ti perfora il cuore e la mente.

La prima volta che l'ho vista recitare davvero è stato proprio in Big Fish. Da lì in poi, è diventata una costante meravigliosa. L'ho amata nelle collaborazioni con Burton come La fabbrica di cioccolato, Sweeney Todd, Alice in Wonderland e Dark Shadows. Ma la sua forza trascende completamente il legame con il regista. Come dimenticare la sua leggendaria Bellatrix Lestrange in Harry Potter, dove ha regalato una delle interpretazioni più feroci, stravaganti e magnetiche della storia del cinema fantasy? Oppure la sua presenza in Cenerentola, in Suffragette, la sua splendida carica ironica in Ocean's 8 o il suo ruolo in Enola Holmes. Persino in operazioni trascurabili come Alice attraverso lo specchio, la sua sola presenza bastava a salvare la scena. E di recente, nella serie The Crown, ha mostrato ancora una volta una profondità e un'intensità fuori dal comune nei panni della Principessa Margaret.

Ciò che rende Helena Bonham Carter un'attrice unica è questo suo incredibile cortocircuito interiore. Da una parte possiede un'estrazione aristocratica e intellettuale britannica importante (il suo bisnonno è stato persino Primo Ministro inglese), che le dona un portamento e una regalità naturale indiscutibili. Dall'altra, è lontana anni luce da qualunque snobismo. È un'anima libera, eccentrica, dotata di una pazzia scenica genuina e di una mimica facciale di un'espressività rara.

Inoltre non è mai stata la semplice "musa passiva" di Tim Burton, ma una forza creatrice alla pari. Ha saputo prendere quel mondo di linee storte, ombre e personaggi emarginati che Burton tracciava su carta e gli ha dato corpo, sangue, ironia e una dignità pazzesca. È stata la compagna d'arte perfetta perché condivideva con lui quella stessa identica natura: profondamente colta, visceralmente eccentrica e felicemente fuori da ogni regola.

La materia del disegno e la trappola dell'arte da Instagram

Il coronamento di questa mia passione è arrivato quando sono andata a Torino con un entusiasmo enorme per visitare Il mondo di Tim Burton alla Mole Antonelliana. Amo già moltissimo il Museo del Cinema in sé (anche se non salirò mai su quel famoso ascensore panoramico per la mia viscerale paura del vuoto!), e questa volta mi sono concentrata interamente sulla mostra del regista.

È stata un'esperienza che non ha deluso minimamente le mie aspettative. Oltre ai pupazzi originali della stop motion, ai bozzetti dei personaggi e ai materiali dei film, la cosa che mi ha folgorata più di tutto è stata la quantità infinita dei suoi disegni originali. Vedere quelle carte fa capire una verità fondamentale: Tim Burton respira e disegna. Ogni momento, ogni supporto casuale, ogni secondo libero è buono per tirare fuori qualcosa dalla sua mente. Ed è una sensazione che sento intimamente mia, perché è lo stesso identico bisogno che proviamo noi che viviamo di disegno.

Siccome era giustamente vietato fare foto, ho fatto la cosa più naturale e bella per me: ho tirato fuori il mio taccuino e ho passato il tempo a disegnare dal vivo i suoi schizzi.

Quell'ispirazione mi è rimasta addosso anche fuori dalla Mole. Passeggiando per le strade di Torino, ho continuato a guardare la città attraverso quel filtro espressivo, distorcendo gli elementi della vita quotidiana e della natura: ho disegnato dei mostrini nati dalle forme degli alberi e un personaggio plasmato sui tipici e storici lampioni torinesi.


Tutt'altra pasta, purtroppo, è stata la mostra "Il Labirinto di Tim Burton" alla Fabbrica del Vapore a Milano. Essendo una grande appassionata ci sono andata prenotando subito, ma l'esperienza è stata di una delusione cocente. Una mostra vuota di contenuti, con pochissimi disegni originali, testi quasi inesistenti sui muri e una struttura pensata esclusivamente per fare le foto da caricare su Instagram. Una scatola scenografica fine a se stessa e superficiale, che mi ha lasciata letteralmente interdetta e amareggiata.

Questa differenza abissale tra Torino e Milano mi ha fatto riflettere moltissimo sul senso della fruizione culturale oggi. L'arte non può essere ridotta a un parco giochi commerciale costruito a bella posta per catturare like facili. C'è un bisogno disperato di restituire al pubblico la profondità, la materia, il processo creativo vero e la verità delle cose. Le persone e le masse vanno educate e accompagnate alla bellezza autentica, non nutrite con il vuoto spinto, banale e superficiale.

Nota sulle immagini: le immagini promozionali e di repertorio presenti nell'articolo sono state reperite su Wikipedia (ritenute di pubblico dominio) e sulla pagina Facebook ufficiale di Tim Burton. Tutte le fotografie scattate durante le mostre di Torino e Milano, i disegni da taccuino e le opere grafiche originali sono di mia esclusiva proprietà e realizzati da me.

lunedì 1 giugno 2026

Come unire due sogni con la mia candidatura al Kyoto Art Retreat 2026


Come sa chi mi conosce ma anche solo chi segue il mio percorso anche da poco, la mia arte si nutre di emozioni, di paesaggi interiori e della necessità profonda di imprimere sulla carta quello che sento dentro. Il mio sogno più grande in assoluto è questo: affermarmi come artista contemporanea a livello internazionale, riuscendo a far viaggiare la mia voce e la mia visione, la mia arte ovunque.

In questi giorni è apparsa un’opportunità che sembra chiamarmi, un tassello che unisce questo percorso a un altro grande sogno personale che custodisco da sempre: il Giappone.

Si tratta del Kyoto Art Retreat che si terrà a novembre. Se venissi selezionata, avrei la possibilità di fare una residenza d'artista di 30 giorni interamente finanziata. Immergermi in un ambiente totalmente nuovo, creare e mettere la mia anima sulla carta in un luogo che risuona così tanto con la mia sensibilità e con il mio legame con la natura… è esattamente ciò di cui ho bisogno in questo momento della mia crescita professionale ma soprattutto artistica e di vita.

La scadenza per inviare l'applicazione è il 17 luglio. La residenza copre quasi tutto, ma c'è una quota di iscrizione iniziale di 81,83 euro obbligatoria.

Io ci proverò in ogni caso, mettendoci tutta la mia energia. Ma muoversi come artista indipendente è una sfida complessa, e per questo ho deciso di aprire un piccolo spazio di condivisione su Ko-fi. Non si tratta di una richiesta a fondo perduto, ma di uno scambio artistico: desidero che la mia arte entri nelle vostre case. Per questo, a ogni singola donazione (anche solo il valore di un "tè matcha" simbolico) corrisponderà un mio ringraziamento speciale, una cartolina d'artista o un piccolo disegno originale su carta di recupero, proporzionale al vostro sostegno.

Aiutarmi a coprire questa quota significa aprire insieme questa porta verso il mondo. Anche se non dovessi essere presa, provarci fa parte del viaggio e della mia crescita. Grazie di cuore a chiunque deciderà di camminare al mio fianco e di far parte di questo sogno. 🖤

Con gratitudine e amore,
Valeria

venerdì 1 maggio 2026

Anselm Kiefer: un dialogo tra cenere, specchi e anima

Non è un caso se scrivo solo ora di questo artista immenso. Il mio è stato un incontro tardivo, figlio di un sistema scolastico che spesso si ferma alle soglie del Novecento, lasciando il contemporaneo in un cono d'ombra che nemmeno la mia curiosità era riuscita a squarciare. Solo dal 2020 l'arte contemporanea è diventata per me una passione viscerale, quasi un’ossessione che ha ridefinito il mio sguardo.

Il primo seme: Hangar Bicocca

Installazione I Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer presso Pirelli HangarBicocca Milano, torri di cemento e piombo in atmosfera metafisica.

Il mio primo vero incontro con Kiefer risale a quel gennaio del 2018 in cui varcai la soglia dell'Hangar Bicocca. Ero lì per Lucio Fontana e la sua mostra Ambienti/Environments, oltre che per l'energia ludica di Take Me (I’m Yours) nello shed. Ricordo ancora il contrasto: la leggerezza interattiva di una parte dell'esposizione e lo stupore quasi reverenziale davanti alle installazioni luminose di Fontana, esaltate dall'architettura industriale delle navate.

Poi, il momento della svolta: l'ingresso nella sala dei Sette Palazzi Celesti. Lo stupore mi ha letteralmente abbagliata. Mi sono ritrovata davanti a torri ciclopiche e tele monumentali che non somigliavano a nulla di ciò che avessi mai visto prima. Ma non era solo la grandiosità fisica a colpirmi, quanto la profondità metafisica che quelle opere emanavano. In quel silenzio solenne, non ero ancora cosciente di quanto avrei amato Kiefer, ma il seme del suo linguaggio era già stato gettato nel mio profondo.

Il richiamo della memoria

Dopo l'Hangar, il destino ha giocato a nascondino con me: non sono riuscita a raggiungere la sua installazione al Palazzo Ducale di Venezia. È stato un sommo rammarico, una di quelle scelte obbligate tra tempo e budget che lasciano l'amaro in bocca. Ma quel seme continuava a germogliare; sentivo crescere una fame di conoscenza, una voglia irrefrenabile di scavarne i segreti.

La vera folgorazione, il momento in cui l'interesse si è trasformato in amore assoluto, è arrivata nel 2023 con il documentario di Wim Wenders. Non ho esitato un istante: sono corsa al cinema e mi sono lasciata risucchiare dal grande schermo. Entrare così intimamente nella sua vita, nel suo metodo fatto di fuoco e piombo, è stato un secondo, definitivo risveglio. Lì ho capito che Kiefer era il custode di memorie che risuonavano con la mia stessa sensibilità.

Lo specchio dell'anima: Firenze e Milano

Facciata esterna di Palazzo Strozzi a Firenze con i grandi banner della mostra Angeli Caduti di Anselm Kiefer.
Dettaglio materico Anselm Kiefer girasole nero e oro, stratificazione estrema materiali Palazzo Strozzi Firenze.Dettaglio opera Anselm Kiefer con serpente in rilievo, fondo materico oro e girasoli neri mostra Firenze Palazzo Strozzi.Dettaglio installazione Anselm Kiefer Palazzo Strozzi Firenze, contrasto tra opera monumentale a parete e scultura di ramo bianco in primo piano.Opera monumentale di Anselm Kiefer esposta nel cortile interno di Palazzo Strozzi a Firenze, l'angelo caduto sotto la luce naturale.

Così, quando ho saputo della mostra a Palazzo Strozzi nel luglio 2024, nulla avrebbe potuto fermarmi. Mi sono goduta ogni istante, ogni stratificazione materica, ogni "ruga" delle sue tele. Ricordo con un'intensità quasi dolorosa la sala dove le opere rivestivano ogni parete, avvolgendomi completamente, mentre un grande specchio al centro del pavimento ribaltava il senso dello spazio.

In quel momento, sospesa tra il riflesso e la materia, ho provato un'emozione che resterà incisa nella mia memoria per sempre.

Riflesso specchio pavimento mostra Anselm Kiefer Palazzo Strozzi Firenze, installazione immersiva con opere su tutte le pareti.

Dopo Firenze, scoprire che Kiefer sarebbe arrivato a Milano è stato come ricevere l'invito a un appuntamento col destino. Ero colma di aspettative che la mostra nella Sala delle Cariatidi non ha deluso sotto alcun punto di vista. Appena varcata la soglia, sono stata investita da un'ondata di emozioni purissime: i pannelli sembravano vibrare in un dialogo magnetico con la sala e le sue ferite storiche. È stata un'esperienza multisensoriale totale: ero in uno stato di estasi, stregata persino dal profumo acre delle tele che sembrava ancorarmi al presente.

Poster mostra Anselm Kiefer 'Le Alchimiste' Palazzo Reale Milano esterno, ingresso Sala delle Cariatidi.
Installazione Anselm Kiefer Sala delle Cariatidi Milano, opera monumentale su toni verdi tra sculture storiche ferite.
Opera monumentale Anselm Kiefer Milano Sala delle Cariatidi mostra 'Le Alchimiste', stratificazioni materiche oro e nero con pianta.Prospettiva opere monumentali Anselm Kiefer Milano Sala delle Cariatidi, figure femminili e fondo oro materico.

Per proteggere questa connessione e isolarmi dalla folla, ho scelto di immergermi nelle note di Philip Glass (come consigliatomi dalla mia amica Reika); la sua musica nelle cuffie ha amplificato ogni contrasto, rendendo tutto ancora più vivido e lacerante. Mi ha toccato profondamente il tema delle Alchimiste: figure femminili oscurate dalla storia, la cui voce continua a risuonare con un'eco dolorosamente attuale. Oltre alla sua poetica, trovo straordinaria la sua ricerca, una stratificazione di significati che sento scorrermi sottopelle. Visitare il suo atelier a Barjac, nel sud della Francia, resta per me un pellegrinaggio necessario: uno di quei luoghi cardine da vivere almeno una volta nella vita.

Schizzo personale su quaderno a spirale di fronte a opera di Anselm Kiefer Milano, dialogo tra disegno e arte materica.Disegno dal vivo su taccuino di opera di Anselm Kiefer Milano Sala delle Cariatidi, interpretazione personale Alchimiste.

Il cammino continua e non si fermerà mai: tra caos, silenzi e rivelazioni

Questo percorso non è affatto concluso; anzi, si è arricchito di un capitolo che sento ancora vibrare sottopelle. Le tappe più recenti sono state un vortice di contrasti: dal public program al Teatro Dal Verme del 17 aprile, fino al mio personale "pellegrinaggio" cittadino del 30 aprile tra il Cubo Unipol e la Galleria Lia Rumma.

Trovarmi finalmente nello stesso spazio fisico di Kiefer al Dal Verme è stato magico, ma non privo di amarezze. L’organizzazione è stata un disastro logistico: audio pessimo, traduzioni zoppicanti e luci così mal regolate da accecare l’artista sul palco. In quel caos, è emerso però il lato più umano di Anselm.

Mentre gli intellettuali in sala si perdevano in domande fini a se stesse, cercando di ingabbiare la sua arte in definizioni accademiche sulla "pittura", io sentivo ribollire la mia affinità elettiva con lui. Per me, come per Kiefer, la gerarchia dei materiali non esiste: il punto è la materia nella sua totalità. Che sia tela, piombo o la carta più umile, tutto ha la stessa dignità spirituale se serve a stratificare il senso del mondo.

Il vero risveglio dal torpore di quella serata, però, è arrivato grazie a una bambina. Con la purezza che solo loro possiedono, si è alzata e gli ha chiesto candidamente quale fosse la sua opera preferita, dopo aver  mimato con il corpo la posizione della sua preferita tra "Le Alchimiste". Ha "animato" l'opera davanti a lui. Kiefer è rimasto folgorato: ha visto in quel gesto una luce, dichiarando che quella era stata la cosa più bella dell’intero incontro. In quel momento la bambina ha vinto tutto, arrivando al cuore dell'opera molto prima di qualsiasi critico: ha capito che l'arte di Kiefer è presenza fisica, è corpo, è vita che pulsa.

Il mio viaggio si è concluso per ora giovedì, nel silenzio necessario dopo tanto rumore. Prima al Cubo Unipol, per vedere l'opera dedicata a Caterina Sforza. È stato un incontro quasi paradossale: vedere Kiefer — così animista e lontano dal materialismo — celebrato nel tempio di uno sponsor finanziario. Ho ascoltato la lezioncina istituzionale su Caterina Sforza, una figura di donna immensa e ho capito quanto ancora ci sia da fare per comprendere profondamente davvero la poetica di questo artista.

Infine, mi sono rifugiata in via Stilicone, nella sede milanese di Lia Rumma. Lì, in un silenzio quasi sacrale, ho attraversato da sola tre piani di stanze immense, trovandomi faccia a faccia con teleri ciclopici e altre figure mitologiche. Senza la folla dell’inaugurazione, ho potuto finalmente respirare la materia. Proprio lì ho sentito che il cerchio si chiudeva davvero.

Dopo averlo studiato attraverso il cinema e aver "sentito" la sua materia viva, ascoltare le sue parole e poi ritrovare le sue opere nel silenzio è stato il passaggio definitivo dalla percezione viscerale alla comprensione spirituale. La sua non è solo arte: è l’incontro con una visione del mondo che ha profondamente ridefinito la mia. Esco da questo percorso con una felicità rara: quella di chi ha trovato un maestro capace di dare un nome e una forma ai propri silenzi interiori.

Nota: Tutte le fotografie presenti in questo articolo sono state scattate da me durante le visite alle mostre di Firenze e Milano, compresi gli scatti al public program. Rappresentano il mio sguardo personale su un'arte che mi ha profondamente colpita.

lunedì 22 gennaio 2024

La magia del bosco

 
Otto giorni di pura bellezza e magia.
Grazie alle mie straordinarie compagne di viaggio!
Grazie a Liana Zanfrisco nostra preziosa mentore e amica!
Grazie Associazione culturale “Amici del Bruno”!
Grazie a tutti!

venerdì 5 gennaio 2024

giovedì 18 maggio 2023

I film dello Studio Ghibli e simili

Come avrete capito (da miei vari post e dalla mia giappofilia in generale) sono anche una fan sfegatata dei film dello Studio Ghibli.
Purtroppo ad oggi non li ho visti ancora tutti ma piano piano sto cercando di recuperare  i pochi che mi mancano (o quanto meno quelli usciti in Italia e praticamente tutti distribuiti dalla Lucky Red).
Sicuramente fare un commento generico su tutta la produzione filmica non ha senso. Anche perché in realtà si tratta di registi diversi. Devo dire che per la maggior parte dei casi mi sono piaciuti e anche molto. I miei preferiti in assoluto sono: Il mio vicino Totoro, Ponyo sulla scogliera, Nausicaa nella valle del vento, Arrietty e Laputa.
Sono densi di poesia nipponica e allo stesso tempo anche di un certo tipo di morale.
Non credo di voler aggiungere altro. Sono film che vanno a mio avviso guardati e assaporati. Non spiegati. 
Di seguito quelli che ho visto finora:
Questi i miei mancanti:
1. Pioggia di ricordi (おもひでぽろぽろ Omohide poro poro)
2. Si sente il mare (海がきこえる Umi ga kikoeru)
3. I miei vicini Yamada (ホーホケキョとなりの山田くん Hōhokekyo tonari no Yamada-kun)
4. La ricompensa del gatto (猫の恩返し Neko no ongaesh)
5. La storia della Principessa Splendente (かぐや姫の物語 Kaguya-hime no monogatari)
6. Quando c'era Marnie (思い出のマーニー Omoide no Mānī)
7. Earwig e la strega (アーヤと魔女 Aya to Majo) - è in 3D non so se lo voglio guardare...
8. How Do You Live? (君たちはどう生きるか Kimi-tachi wa dō ikiruka) - esce a luglio in Giappone