Non è un caso se scrivo solo ora di questo artista immenso. Il mio è stato un incontro tardivo, figlio di un sistema scolastico che spesso si ferma alle soglie del Novecento, lasciando il contemporaneo in un cono d'ombra che nemmeno la mia curiosità era riuscita a squarciare. Solo dal 2020 l'arte contemporanea è diventata per me una passione viscerale, quasi un’ossessione che ha ridefinito il mio sguardo.
Il primo seme: Hangar Bicocca
Il mio primo vero incontro con Kiefer risale a quel gennaio del 2018 in cui varcai la soglia dell'Hangar Bicocca. Ero lì per Lucio Fontana e la sua mostra Ambienti/Environments, oltre che per l'energia ludica di Take Me (I’m Yours) nello shed. Ricordo ancora il contrasto: la leggerezza interattiva di una parte dell'esposizione e lo stupore quasi reverenziale davanti alle installazioni luminose di Fontana, esaltate dall'architettura industriale delle navate.
Poi, il momento della svolta: l'ingresso nella sala dei Sette Palazzi Celesti. Lo stupore mi ha letteralmente abbagliata. Mi sono ritrovata davanti a torri ciclopiche e tele monumentali che non somigliavano a nulla di ciò che avessi mai visto prima. Ma non era solo la grandiosità fisica a colpirmi, quanto la profondità metafisica che quelle opere emanavano. In quel silenzio solenne, non ero ancora cosciente di quanto avrei amato Kiefer, ma il seme del suo linguaggio era già stato gettato nel mio profondo.
Il richiamo della memoria
Dopo l'Hangar, il destino ha giocato a nascondino con me: non sono riuscita a raggiungere la sua installazione al Palazzo Ducale di Venezia. È stato un sommo rammarico, una di quelle scelte obbligate tra tempo e budget che lasciano l'amaro in bocca. Ma quel seme continuava a germogliare; sentivo crescere una fame di conoscenza, una voglia irrefrenabile di scavarne i segreti.
La vera folgorazione, il momento in cui l'interesse si è trasformato in amore assoluto, è arrivata nel 2023 con il documentario di Wim Wenders. Non ho esitato un istante: sono corsa al cinema e mi sono lasciata risucchiare dal grande schermo. Entrare così intimamente nella sua vita, nel suo metodo fatto di fuoco e piombo, è stato un secondo, definitivo risveglio. Lì ho capito che Kiefer era il custode di memorie che risuonavano con la mia stessa sensibilità.
Lo specchio dell'anima: Firenze e Milano
Così, quando ho saputo della mostra a Palazzo Strozzi nel luglio 2024, nulla avrebbe potuto fermarmi. Mi sono goduta ogni istante, ogni stratificazione materica, ogni "ruga" delle sue tele. Ricordo con un'intensità quasi dolorosa la sala dove le opere rivestivano ogni parete, avvolgendomi completamente, mentre un grande specchio al centro del pavimento ribaltava il senso dello spazio.
In quel momento, sospesa tra il riflesso e la materia, ho provato un'emozione che resterà incisa nella mia memoria per sempre.

Dopo Firenze, scoprire che Kiefer sarebbe arrivato a Milano è stato come ricevere l'invito a un appuntamento col destino. Ero colma di aspettative che la mostra nella Sala delle Cariatidi non ha deluso sotto alcun punto di vista. Appena varcata la soglia, sono stata investita da un'ondata di emozioni purissime: i pannelli sembravano vibrare in un dialogo magnetico con la sala e le sue ferite storiche. È stata un'esperienza multisensoriale totale: ero in uno stato di estasi, stregata persino dal profumo acre delle tele che sembrava ancorarmi al presente.


Per proteggere questa connessione e isolarmi dalla folla, ho scelto di immergermi nelle note di Philip Glass (come consigliatomi dalla mia amica Reika); la sua musica nelle cuffie ha amplificato ogni contrasto, rendendo tutto ancora più vivido e lacerante. Mi ha toccato profondamente il tema delle Alchimiste: figure femminili oscurate dalla storia, la cui voce continua a risuonare con un'eco dolorosamente attuale. Oltre alla sua poetica, trovo straordinaria la sua ricerca, una stratificazione di significati che sento scorrermi sottopelle. Visitare il suo atelier a Barjac, nel sud della Francia, resta per me un pellegrinaggio necessario: uno di quei luoghi cardine da vivere almeno una volta nella vita.


Il cammino continua e non si fermerà mai: tra caos, silenzi e rivelazioni
Questo percorso non è affatto concluso; anzi, si è arricchito di un capitolo che sento ancora vibrare sottopelle. Le tappe più recenti sono state un vortice di contrasti: dal public program al Teatro Dal Verme del 17 aprile, fino al mio personale "pellegrinaggio" cittadino del 30 aprile tra il Cubo Unipol e la Galleria Lia Rumma.


Trovarmi finalmente nello stesso spazio fisico di Kiefer al Dal Verme è stato magico, ma non privo di amarezze. L’organizzazione è stata un disastro logistico: audio pessimo, traduzioni zoppicanti e luci così mal regolate da accecare l’artista sul palco. In quel caos, è emerso però il lato più umano di Anselm.
Mentre gli intellettuali in sala si perdevano in domande fini a se stesse, cercando di ingabbiare la sua arte in definizioni accademiche sulla "pittura", io sentivo ribollire la mia affinità elettiva con lui. Per me, come per Kiefer, la gerarchia dei materiali non esiste: il punto è la materia nella sua totalità. Che sia tela, piombo o la carta più umile, tutto ha la stessa dignità spirituale se serve a stratificare il senso del mondo.
Il vero risveglio dal torpore di quella serata, però, è arrivato grazie a una bambina. Con la purezza che solo loro possiedono, si è alzata e gli ha chiesto candidamente quale fosse la sua opera preferita, dopo aver mimato con il corpo la posizione della sua preferita tra "Le Alchimiste". Ha "animato" l'opera davanti a lui. Kiefer è rimasto folgorato: ha visto in quel gesto una luce, dichiarando che quella era stata la cosa più bella dell’intero incontro. In quel momento la bambina ha vinto tutto, arrivando al cuore dell'opera molto prima di qualsiasi critico: ha capito che l'arte di Kiefer è presenza fisica, è corpo, è vita che pulsa.


Il mio viaggio si è concluso per ora giovedì, nel silenzio necessario dopo tanto rumore. Prima al Cubo Unipol, per vedere l'opera dedicata a Caterina Sforza. È stato un incontro quasi paradossale: vedere Kiefer — così animista e lontano dal materialismo — celebrato nel tempio di uno sponsor finanziario. Ho ascoltato la lezioncina istituzionale su Caterina Sforza, una figura di donna immensa e ho capito quanto ancora ci sia da fare per comprendere profondamente davvero la poetica di questo artista.



Infine, mi sono rifugiata in via Stilicone, nella sede milanese di Lia Rumma. Lì, in un silenzio quasi sacrale, ho attraversato da sola tre piani di stanze immense, trovandomi faccia a faccia con teleri ciclopici e altre figure mitologiche. Senza la folla dell’inaugurazione, ho potuto finalmente respirare la materia. Proprio lì ho sentito che il cerchio si chiudeva davvero.

Dopo averlo studiato attraverso il cinema e aver "sentito" la sua materia viva, ascoltare le sue parole e poi ritrovare le sue opere nel silenzio è stato il passaggio definitivo dalla percezione viscerale alla comprensione spirituale. La sua non è solo arte: è l’incontro con una visione del mondo che ha profondamente ridefinito la mia. Esco da questo percorso con una felicità rara: quella di chi ha trovato un maestro capace di dare un nome e una forma ai propri silenzi interiori.
Nota: Tutte le fotografie presenti in questo articolo sono state scattate da me durante le visite alle mostre di Firenze e Milano, compresi gli scatti al public program. Rappresentano il mio sguardo personale su un'arte che mi ha profondamente colpita.














