venerdì 26 giugno 2026

Dietro la tela di Vincent: verità, tormento e l'anima che ha conquistato il mondo

Ho sempre avuto un'innata attrazione per le vite degli artisti che amo. Mi piace scavarne la sensibilità, cercare di capire cosa si nascondesse dietro i loro occhi prima ancora che le loro mani toccassero i pennelli. Come artista, sento un legame che va oltre il tempo con molteplici artisti. In questo articolo voglio trattare la mia relazione con Vincent van Gogh. La mia non è un'affinità legata al suo stile pittorico o alla tecnica in sé, ma una vicinanza intima e profonda con la sua anima e con la sua ipersensibilità. È una dimensione emotiva che conosco da vicino, che fa parte di me e che mi porta a percepire ogni sfumatura del mondo in modo incredibilmente amplificato. Quando guardo la sua storia, vedo un uomo che ha vissuto sul filo di questa sensibilità estrema, ignorato da tutti in vita e diventato leggenda solo dopo la morte.

Ma quanto c’è di vero nel mito del "genio folle"? Guardando oltre la superficie romantica, ho voluto approfondire la sua storia attraverso le lettere e i fatti documentati, e le risposte che ho trovato mi hanno toccato nel profondo.

Genio e follia vanno davvero a braccetto?
Esiste questo stereotipo romantico secondo cui la pittura di Van Gogh sia il frutto diretto della sua pancia, uno sfogo incontrollato di pura follia. Le fonti storiche, a partire dalle sue lettere al fratello Theo, ci dicono l'esatto contrario.
Vincent creava nonostante la sua malattia, e mai grazie a essa. Quando arrivavano le crisi psichiatriche (che la medicina moderna attribuisce a un mix di disturbo bipolare, epilessia e scompensi legati all'assenzio e alla malnutrizione), Vincent non riusciva a toccare i pennelli. Ne era terrorizzato, paralizzato.
La sua arte era un atto di estrema lucidità e disciplina. Ogni accostamento di colore, ogni direzione della linea era studiata applicando la teoria dei contrasti complementari con una precisione quasi scientifica. La pittura per lui era l'ancora di salvataggio, lo sforzo immenso di un'anima ipersensibile per imporre l'ordine sul caos interiore.
Forse questa è una delle cose da cui maggiormente mi discosto da lui. Le mie crisi psicotiche sono spesso calmate o alleggerite dal disegno e dalla mia arte. L'idea di stare senza al contrario mi riempie di angoscia e mi sento come se mi mancasse l'aria. Per inciso sono certa che spesso genio e follia vadano a braccetto. Possono dire quello che vogliono…ma io ne rimango assolutamente convinta.

Il mistero dell'orecchio: scelta compositiva o crollo emotivo?
Fonte: Wikipedia
Esiste una teoria suggestiva secondo cui Vincent si sia tagliato l'orecchio deliberatamente per scopi legati alla composizione di un quadro. La realtà storica, purtroppo, è molto più dolorosa ed è legata a un crollo psichiatrico violento.
Il 23 dicembre 1888, ad Arles, dopo mesi di convivenza forzata e tensioni artistiche ed emotive insostenibili con Paul Gauguin, Vincent ebbe un gravissimo episodio psicotico, acuito dalla paura dell'abbandono (Gauguin aveva annunciato di voler partire). In preda alle allucinazioni, si recise gran parte dell'orecchio sinistro.
L'atto in sé non fu una scelta artistica consapevole, ma lo divenne ciò che accadde dopo. Quando tornò dall'ospedale, dipinse il celebre Autoritratto con orecchio bendato. Quella sì che fu una scelta consapevole: dipingersi ferito, ma con il pennello in mano e lo sguardo fermo, era il suo modo di comunicare al fratello Theo e al suo medico che era tornato in sé, che la pittura lo stava guarendo e che era pronto a ricominciare.

I capolavori nati tra le mura del manicomio
Fonte: Wikipedia

È storicamente vero: molti dei quadri più straordinari e vibranti di Van Gogh, inclusa la celeberrima Notte Stellata, sono nati all'interno di un istituto di cura.
Nel maggio del 1889, cosciente della propria fragilità e devastato dagli attacchi, Vincent decise di farsi ricoverare volontariamente nell'ospedale psichiatrico di Saint-Paul-de-Mausole a Saint-Rémy-de-Provence. Il motivo era puramente di sopravvivenza: cercava un luogo protetto dove non dover pensare alla gestione quotidiana della vita, che lo schiacciava.
Lì i medici gli concessero una stanza extra da usare come studio. Notte Stellata è nata proprio guardando fuori dalle sbarre della finestra della sua camera, prima del sorgere del sole. Non potendo uscire di notte, Vincent ha fuso la realtà di quel paesaggio provenzale con i suoi ricordi d'infanzia in Olanda e con il tumulto della sua interiorità. Il manicomio non fu una prigione per la sua arte, ma un santuario in cui la sua creatività fu protetta e libera di esplodere.

Jo van Gogh-Bonger: l'anima dietro il mito
Fonte: Wikipedia
Arriviamo alla domanda finale, forse la più cruciale: se sua cognata non avesse fatto marketing, oggi conosceremmo Van Gogh?
La risposta, con grandissima probabilità storica, è no. Saremmo davanti a uno dei tanti geni dimenticati dal tempo.
Quando Vincent morì nel luglio del 1890, seguito appena sei mesi dopo dal fratello Theo (che era il suo unico sostenitore economico ed emotivo), centinaia di tele accumulatesi nei magazzini passarono nelle mani di Jo van Gogh-Bonger, la giovane vedova di Theo. Jo si trovò da sola, con un neonato e un'eredità di quadri considerati da molti "spazzatura di un pazzo".
Ma Jo fece qualcosa di straordinario che andò ben oltre il semplice marketing commerciale:
Strategia mirata: Rifiutò di svendere i quadri in blocco. Cominciò a prestarli per mostre d'avanguardia selezionate, facendone salire il valore culturale.
La forza della narrazione: Capì che per amare l'arte di Vincent bisognava comprendere la sua anima. Nel 1914 pubblicò l'intera corrispondenza tra Vincent e Theo.
Fu la pubblicazione di quelle lettere a cambiare tutto. Il pubblico non vide più solo macchie di colore accese, ma lesse il dolore, la poesia, il panteismo e l'amore viscerale per la natura e per gli ultimi che Vincent metteva su carta. Jo ha costruito il ponte emotivo tra il tormento di Vincent e il cuore del mondo.

Alcune tra le più belle lettere di Van Gogh
Fonte: Wikipedia
Io sono un uomo passionale, portato a fare cose più o meno insensate, delle quali mi capita più o meno di pentirmi. Delle volte tendo a parlare o ad agire con un po’ troppa fretta, quando invece sarebbe meglio aspettare e portare pazienza.
Autunno, 1882. Sento in me una tal forza creativa che sono sicuro verrà il giorno in cui sarò in grado di produrre regolarmente ogni giorno cose buone. Passo di rado una giornata senza far niente, ma ciò che faccio non è ancora quello che vorrei. Mi capita tuttavia di provare l’impressione che ben presto sarò in grado di creare opere remunerative, e non mi stupirei se questo accadesse da un giorno all’altro. In ogni caso, sento che la pittura ridesterà ancora, indirettamente, qualcosa in me.
Settembre, 1888. Guardare le stelle mi fa sempre sognare, così come lo fanno i puntini neri che rappresentano le città e villaggi su una cartina. Perché, mi chiedo, i puntini luminosi del cielo non possono essere accessibili come quelli sulla cartina della Francia? Come prendiamo il treno per andare a Tarascona o a Rouen, così prendiamo la morte per raggiungere le stelle.
Settembre, 1888. Tu sei buono verso i pittori e, sappilo bene, più ci rifletto, più sento che non vi è nulla di più realmente artistico dell’amare il prossimo. (...) Per il momento non trovo ancora i miei quadri abbastanza buoni, in rapporto ai vantaggi che ho avuto da te. Ma quando saranno abbastanza buoni, ti assicuro che tu li avrai creati quanto me: il fatto è che noi li fabbrichiamo in due.
Esplorare la vita di Vincent mi fa capire quanto l'arte sia un filo sottile teso sopra un abisso. Van Gogh non era un folle che gettava colori a caso su una tela; era un uomo dotato di una sensibilità così profonda da risultare dolorosa per il mondo rigido in cui viveva. Per me, che vivo l'arte in modo emotivo ed emozionale e mi riconosco così tanto in questa ipersensibilità dell'anima, la sua storia è una carezza e una conferma. Ci ricorda che la vulnerabilità che a volte spaventa il mondo non è un difetto o una debolezza, ma la sorgente più pura e profonda della nostra creatività. Vincent era un uomo che, grazie alla dedizione d'amore di una donna che ha saputo ascoltare i suoi silenzi, oggi continua a parlare direttamente al cuore di ognuno di noi.

lunedì 1 giugno 2026

Come unire due sogni con la mia candidatura al Kyoto Art Retreat 2026


Come sa chi mi conosce ma anche solo chi segue il mio percorso anche da poco, la mia arte si nutre di emozioni, di paesaggi interiori e della necessità profonda di imprimere sulla carta quello che sento dentro. Il mio sogno più grande in assoluto è questo: affermarmi come artista contemporanea a livello internazionale, riuscendo a far viaggiare la mia voce e la mia visione, la mia arte ovunque.

In questi giorni è apparsa un’opportunità che sembra chiamarmi, un tassello che unisce questo percorso a un altro grande sogno personale che custodisco da sempre: il Giappone.

Si tratta del Kyoto Art Retreat che si terrà a novembre. Se venissi selezionata, avrei la possibilità di fare una residenza d'artista di 30 giorni interamente finanziata. Immergermi in un ambiente totalmente nuovo, creare e mettere la mia anima sulla carta in un luogo che risuona così tanto con la mia sensibilità e con il mio legame con la natura… è esattamente ciò di cui ho bisogno in questo momento della mia crescita professionale ma soprattutto artistica e di vita.

La scadenza per inviare l'applicazione è il 17 luglio. La residenza copre quasi tutto, ma c'è una quota di iscrizione iniziale di 81,83 euro obbligatoria.

Io ci proverò in ogni caso, mettendoci tutta la mia energia. Ma muoversi come artista indipendente è una sfida complessa, e per questo ho deciso di aprire un piccolo spazio di condivisione su Ko-fi. Non si tratta di una richiesta a fondo perduto, ma di uno scambio artistico: desidero che la mia arte entri nelle vostre case. Per questo, a ogni singola donazione (anche solo il valore di un "tè matcha" simbolico) corrisponderà un mio ringraziamento speciale, una cartolina d'artista o un piccolo disegno originale su carta di recupero, proporzionale al vostro sostegno.

Aiutarmi a coprire questa quota significa aprire insieme questa porta verso il mondo. Anche se non dovessi essere presa, provarci fa parte del viaggio e della mia crescita. Grazie di cuore a chiunque deciderà di camminare al mio fianco e di far parte di questo sogno. 🖤

Con gratitudine e amore,
Valeria

venerdì 1 maggio 2026

Anselm Kiefer: un dialogo tra cenere, specchi e anima

Non è un caso se scrivo solo ora di questo artista immenso. Il mio è stato un incontro tardivo, figlio di un sistema scolastico che spesso si ferma alle soglie del Novecento, lasciando il contemporaneo in un cono d'ombra che nemmeno la mia curiosità era riuscita a squarciare. Solo dal 2020 l'arte contemporanea è diventata per me una passione viscerale, quasi un’ossessione che ha ridefinito il mio sguardo.

Il primo seme: Hangar Bicocca

Installazione I Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer presso Pirelli HangarBicocca Milano, torri di cemento e piombo in atmosfera metafisica.

Il mio primo vero incontro con Kiefer risale a quel gennaio del 2018 in cui varcai la soglia dell'Hangar Bicocca. Ero lì per Lucio Fontana e la sua mostra Ambienti/Environments, oltre che per l'energia ludica di Take Me (I’m Yours) nello shed. Ricordo ancora il contrasto: la leggerezza interattiva di una parte dell'esposizione e lo stupore quasi reverenziale davanti alle installazioni luminose di Fontana, esaltate dall'architettura industriale delle navate.

Poi, il momento della svolta: l'ingresso nella sala dei Sette Palazzi Celesti. Lo stupore mi ha letteralmente abbagliata. Mi sono ritrovata davanti a torri ciclopiche e tele monumentali che non somigliavano a nulla di ciò che avessi mai visto prima. Ma non era solo la grandiosità fisica a colpirmi, quanto la profondità metafisica che quelle opere emanavano. In quel silenzio solenne, non ero ancora cosciente di quanto avrei amato Kiefer, ma il seme del suo linguaggio era già stato gettato nel mio profondo.

Il richiamo della memoria

Dopo l'Hangar, il destino ha giocato a nascondino con me: non sono riuscita a raggiungere la sua installazione al Palazzo Ducale di Venezia. È stato un sommo rammarico, una di quelle scelte obbligate tra tempo e budget che lasciano l'amaro in bocca. Ma quel seme continuava a germogliare; sentivo crescere una fame di conoscenza, una voglia irrefrenabile di scavarne i segreti.

La vera folgorazione, il momento in cui l'interesse si è trasformato in amore assoluto, è arrivata nel 2023 con il documentario di Wim Wenders. Non ho esitato un istante: sono corsa al cinema e mi sono lasciata risucchiare dal grande schermo. Entrare così intimamente nella sua vita, nel suo metodo fatto di fuoco e piombo, è stato un secondo, definitivo risveglio. Lì ho capito che Kiefer era il custode di memorie che risuonavano con la mia stessa sensibilità.

Lo specchio dell'anima: Firenze e Milano

Facciata esterna di Palazzo Strozzi a Firenze con i grandi banner della mostra Angeli Caduti di Anselm Kiefer.
Dettaglio materico Anselm Kiefer girasole nero e oro, stratificazione estrema materiali Palazzo Strozzi Firenze.Dettaglio opera Anselm Kiefer con serpente in rilievo, fondo materico oro e girasoli neri mostra Firenze Palazzo Strozzi.Dettaglio installazione Anselm Kiefer Palazzo Strozzi Firenze, contrasto tra opera monumentale a parete e scultura di ramo bianco in primo piano.Opera monumentale di Anselm Kiefer esposta nel cortile interno di Palazzo Strozzi a Firenze, l'angelo caduto sotto la luce naturale.

Così, quando ho saputo della mostra a Palazzo Strozzi nel luglio 2024, nulla avrebbe potuto fermarmi. Mi sono goduta ogni istante, ogni stratificazione materica, ogni "ruga" delle sue tele. Ricordo con un'intensità quasi dolorosa la sala dove le opere rivestivano ogni parete, avvolgendomi completamente, mentre un grande specchio al centro del pavimento ribaltava il senso dello spazio.

In quel momento, sospesa tra il riflesso e la materia, ho provato un'emozione che resterà incisa nella mia memoria per sempre.

Riflesso specchio pavimento mostra Anselm Kiefer Palazzo Strozzi Firenze, installazione immersiva con opere su tutte le pareti.

Dopo Firenze, scoprire che Kiefer sarebbe arrivato a Milano è stato come ricevere l'invito a un appuntamento col destino. Ero colma di aspettative che la mostra nella Sala delle Cariatidi non ha deluso sotto alcun punto di vista. Appena varcata la soglia, sono stata investita da un'ondata di emozioni purissime: i pannelli sembravano vibrare in un dialogo magnetico con la sala e le sue ferite storiche. È stata un'esperienza multisensoriale totale: ero in uno stato di estasi, stregata persino dal profumo acre delle tele che sembrava ancorarmi al presente.

Poster mostra Anselm Kiefer 'Le Alchimiste' Palazzo Reale Milano esterno, ingresso Sala delle Cariatidi.
Installazione Anselm Kiefer Sala delle Cariatidi Milano, opera monumentale su toni verdi tra sculture storiche ferite.
Opera monumentale Anselm Kiefer Milano Sala delle Cariatidi mostra 'Le Alchimiste', stratificazioni materiche oro e nero con pianta.Prospettiva opere monumentali Anselm Kiefer Milano Sala delle Cariatidi, figure femminili e fondo oro materico.

Per proteggere questa connessione e isolarmi dalla folla, ho scelto di immergermi nelle note di Philip Glass (come consigliatomi dalla mia amica Reika); la sua musica nelle cuffie ha amplificato ogni contrasto, rendendo tutto ancora più vivido e lacerante. Mi ha toccato profondamente il tema delle Alchimiste: figure femminili oscurate dalla storia, la cui voce continua a risuonare con un'eco dolorosamente attuale. Oltre alla sua poetica, trovo straordinaria la sua ricerca, una stratificazione di significati che sento scorrermi sottopelle. Visitare il suo atelier a Barjac, nel sud della Francia, resta per me un pellegrinaggio necessario: uno di quei luoghi cardine da vivere almeno una volta nella vita.

Schizzo personale su quaderno a spirale di fronte a opera di Anselm Kiefer Milano, dialogo tra disegno e arte materica.Disegno dal vivo su taccuino di opera di Anselm Kiefer Milano Sala delle Cariatidi, interpretazione personale Alchimiste.

Il cammino continua e non si fermerà mai: tra caos, silenzi e rivelazioni

Questo percorso non è affatto concluso; anzi, si è arricchito di un capitolo che sento ancora vibrare sottopelle. Le tappe più recenti sono state un vortice di contrasti: dal public program al Teatro Dal Verme del 17 aprile, fino al mio personale "pellegrinaggio" cittadino del 30 aprile tra il Cubo Unipol e la Galleria Lia Rumma.

Trovarmi finalmente nello stesso spazio fisico di Kiefer al Dal Verme è stato magico, ma non privo di amarezze. L’organizzazione è stata un disastro logistico: audio pessimo, traduzioni zoppicanti e luci così mal regolate da accecare l’artista sul palco. In quel caos, è emerso però il lato più umano di Anselm.

Mentre gli intellettuali in sala si perdevano in domande fini a se stesse, cercando di ingabbiare la sua arte in definizioni accademiche sulla "pittura", io sentivo ribollire la mia affinità elettiva con lui. Per me, come per Kiefer, la gerarchia dei materiali non esiste: il punto è la materia nella sua totalità. Che sia tela, piombo o la carta più umile, tutto ha la stessa dignità spirituale se serve a stratificare il senso del mondo.

Il vero risveglio dal torpore di quella serata, però, è arrivato grazie a una bambina. Con la purezza che solo loro possiedono, si è alzata e gli ha chiesto candidamente quale fosse la sua opera preferita, dopo aver  mimato con il corpo la posizione della sua preferita tra "Le Alchimiste". Ha "animato" l'opera davanti a lui. Kiefer è rimasto folgorato: ha visto in quel gesto una luce, dichiarando che quella era stata la cosa più bella dell’intero incontro. In quel momento la bambina ha vinto tutto, arrivando al cuore dell'opera molto prima di qualsiasi critico: ha capito che l'arte di Kiefer è presenza fisica, è corpo, è vita che pulsa.

Il mio viaggio si è concluso per ora giovedì, nel silenzio necessario dopo tanto rumore. Prima al Cubo Unipol, per vedere l'opera dedicata a Caterina Sforza. È stato un incontro quasi paradossale: vedere Kiefer — così animista e lontano dal materialismo — celebrato nel tempio di uno sponsor finanziario. Ho ascoltato la lezioncina istituzionale su Caterina Sforza, una figura di donna immensa e ho capito quanto ancora ci sia da fare per comprendere profondamente davvero la poetica di questo artista.

Infine, mi sono rifugiata in via Stilicone, nella sede milanese di Lia Rumma. Lì, in un silenzio quasi sacrale, ho attraversato da sola tre piani di stanze immense, trovandomi faccia a faccia con teleri ciclopici e altre figure mitologiche. Senza la folla dell’inaugurazione, ho potuto finalmente respirare la materia. Proprio lì ho sentito che il cerchio si chiudeva davvero.

Dopo averlo studiato attraverso il cinema e aver "sentito" la sua materia viva, ascoltare le sue parole e poi ritrovare le sue opere nel silenzio è stato il passaggio definitivo dalla percezione viscerale alla comprensione spirituale. La sua non è solo arte: è l’incontro con una visione del mondo che ha profondamente ridefinito la mia. Esco da questo percorso con una felicità rara: quella di chi ha trovato un maestro capace di dare un nome e una forma ai propri silenzi interiori.

Nota: Tutte le fotografie presenti in questo articolo sono state scattate da me durante le visite alle mostre di Firenze e Milano, compresi gli scatti al public program. Rappresentano il mio sguardo personale su un'arte che mi ha profondamente colpita.