La scomparsa di Yayoi Kusama, avvenuta lo scorso 14 agosto 2026 all'età di 97 anni a Tokyo (con la notizia resa nota verso la fine del mese), segna la fine di un’epoca per l’arte contemporanea.
Kusama non è stata soltanto la celebre "Regina dei pois".
Un'infanzia complessa: la genesi dell'ossessione
A differenza di quanto si potesse immaginare, l'infanzia di Yayoi Kusama nella città di Matsumoto non è stata felice né serena. Cresciuta in una famiglia benestante ma severa e rigida, Kusama dovette affrontare una madre abusiva e un clima familiare segnato da forti tensioni.
Fu proprio attorno ai 10 anni che manifestò i primi episodi allucinatori: visioni di motivi floreali o reticolati che prendevano vita, espandendosi a dismisura fino a inghiottire lo spazio circostante e la sua stessa figura. Per difendersi da questa sensazione di totale sopraffazione, la giovane Yayoi iniziò a disegnare ciò che vedeva. Dipingere i punti e le reti ripetitive diventò il suo unico scudo, l'unico modo per dare una forma finita a un terrore altrimenti ingovernabile.
Il ricovero volontario nel 1977: il manicomio come rifugio di creazione
Dopo la parentesi a New York negli anni ’60, intensa, carica di rottura ma anche di forte isolamento e incomprensione da parte del sistema dell'arte, Kusama fece ritorno in Giappone afflitta da una profonda crisi depressiva.
Nel 1977, compì una scelta di straordinaria consapevolezza: decise di auto-ricoverarsi volontariamente presso l’ospedale psichiatrico Seiwa a Tokyo. Da quel momento, l'ospedale è diventato la sua casa e la sua dimora d'elezione per quasi cinquant'anni.
Lontano dall'essere una prigione, per lei la struttura sanitaria si è rivelata un porto sicuro, un luogo di protezione dalle sovra stimolazioni del mondo esterno. Lì, affiancata da una routine terapeutica e dal suo studio di pittura situato a pochi passi dalla clinica, Kusama ha continuato a creare fino agli ultimi giorni di vita, dimostrando come la salute mentale non debba essere un limite alla creatività, ma possa trovare nell'arte una via di sublimazione e catarsi.
Specchi, ripetizioni e l'eco dell'anima
Nelle sue celebri "Infinity Mirror Rooms" e nelle sue installazioni, l'ossessione visiva si tramuta in meraviglia. I giochi di specchi, le luci ritmiche e le ripetizioni compulsive di pois sfondano i limiti fisici delle pareti per restituire un’immagine fedele del suo universo interiore: una mente affollata, densa di visioni e aperta verso l'infinito.
Attraverso il processo di "self-obliteration" (auto-annullamento), Kusama non cancella se stessa, ma si fonde con il tutto, superando la paura della frammentazione psichica per trasformarla in condivisione poetica.
Incontro con l'infinito: le mie tappe con Yayoi Kusama
- Milano - Piazza San Babila e collaborazione con Louis Vuitton, Creating Infinity a gennaio 2023
- Londra - Tate Modern, Infinity Mirror Rooms a marzo 2023
- Bergamo - Palazzo della Ragione, Infinito Presente a novembre 2023
Un'affinità profonda: da Kusama ad Alda Merini
Sentirsi affini a una figura come Yayoi Kusama o come la poetessa Alda Merini, significa riconoscere l'intima connessione che unisce la vulnerabilità della psiche alla forza generativa dell'espressione artistica. Entrambe hanno vissuto l'esperienza dell'isolamento e del manicomio, ma nessuna delle due ha permesso che il proprio disturbo definisse il confine delle proprie capacità.
Al contrario, hanno trasformato la sofferenza interiore in un dono: una sensibilità profonda e fuori dal comune, capace di far riflettere chiunque si trovi ad osservare una tela a pois o a leggere una poesia. L'arte di Kusama ci ricorda che anche all'interno del caos mentale più fitto è possibile trovare una luce immensa e infinitamente bella.
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